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Aneurisma aortico : generalità - Trattamento endovascolare

Negli ultimi 25 anni il trattamento della patologia aneurismatica dell’aorta addominale ha visto importanti evoluzioni sia dopo l’introduzione della metodica endovascolare, sia per le nuove capacità nella diagnosi precoce. Le nuove tecniche chirurgiche insieme all’approccio multidisciplinare hanno permesso il trattamento di pazienti ad alto rischio anche con anatomie aneurismatiche complesse, abbassando ulteriormente la mortalità e la morbilità post-operatoria. Tuttavia ancora oggi, non è stato possibile raggiungere uno standard nel follow-up. La crescente richiesta di minore invasività ha certamente spinto il chirurgo vascolare a rivedere giorno per giorno le indicazioni al trattamento, riducendo di molto lo spazio per la chirurgia tradizionale, da sempre gravata da maggiori rischi nel tentativo di migliorare i risultati immediati a scapito spesso dei risultati a distanza.

Il trattamento endovascolare dell’aneurisma aortico (EVAR) è stato da sempre oggetto di un follow-up intensivo. Il follow-up dell’EVAR ha lo scopo di valutare non soltanto la dimensione dell'aneurisma, ma anche l’eventuale presenza di endoleak, come anche l'integrità dello stent e la migrazione dello stesso.

L’esame di scelta ad oggi è ancora l’AngioTC poiché offre una grande quantità di informazioni. Tuttavia, ripetuti esami contrastografici di questo tipo possono comportare rischi sia per la funzionalità renale sia per gli effetti promuoventi neoplasie legate alle radiazioni ionizzanti.

L'ottimizzazione del protocollo di follow-up dopo EVAR è quindi essenziale, soprattutto in considerazione del crescente utilizzo di questa metodica rispetto al trattamento OPEN[1,2]

Ancora oggi non è chiaro se la presenza di un endoleak subito dopo EVAR abbia un importante valore prognostico in termini di outcome a lungo termine. Questo dato riveste una importanza decisiva su quanto “aggressiva” debba essere la sorveglianza a lungo termine di questi pazienti.

Aneurisma aortico: generalità

Definizione e classificazione

Si definisce Aneurisma (aneurismós dal greco dilatazione) la dilatazione patologica, localizzata e permanente, di un’arteria in seguito ad alterazione della struttura della parete, con interruzione parziale delle sue componenti elastiche e muscolari. (Figura 1)

Nonostante si verifichi questo scompaginamento tessutale, nell’ambito della parete aneurismatica è sempre reperibile la parete dell’intima, della media e dell’avventizia e questa caratteristica istologica permette di identificare gli aneurismi veri, distinguendoli dagli aneurismi falsi o pseudoaneurismi, che tradizionalmente vengono definiti come abnormi dilatazioni dalla parete arteriosa delimitate solo dall’avventizia (ematomi pulsanti).

Un caso a sé costituiscono le dissezioni aortiche, impropriamente dette “aneurismi dissecanti”, nelle quali il sangue si fa strada, attraverso una breccia intimale, nel contesto della tonaca media, dove può arrivare a costituire un vero e proprio falso lume, con ritorno nel “vero lume” attraverso una breccia intimale.

Le dissezioni ad ogni modo presentano caratteristiche morfologiche, eziologiche, patogenetiche e cliniche affatto peculiari.

Gli aneurismi veri possono essere classificati secondo la loro morfologia:

  • Sacciforme: si sviluppa a spese di una parte limitata di circonferenza del vaso;
  • Fusiforme: dilatazione circonferenziale piuttosto uniforme, con estensione del processo dilatativo lungo l’asse longitudinale del vaso;
  • Misto

Crisoide: un lungo tratto di vaso che va incontro a rigonfiamento serpiginoso, si riscontra in pratica solo nell’arteria splenica

Inoltre si deve ricordare come alla definizione di un aneurisma concorra una classificazione topografica:

  • Aneurismi centrali (del tronco aortico)
  • Aneurismi viscerali (dei rami splancnici e delle arterie renali)
  • Aneurismi periferici (cervicali e degli arti superiori ed inferiori) Oltre l’80% degli aneurismi centrali interessa l’aorta addominale sottorenale e le arterie iliache comuni, mentre seguono in ordine di frequenza l’aorta toracica discendente (12%), l’aorta ascendente e l’arco aortico (5,5%) ed infine l’aorta soprarenale.

 

Figura 1: Aneurisma addominale

 

Eziologia e Patogenesi

L’eziologia degli aneurismi veri viene oggi considerata nella maggior parte dei casi multifattoriale.

Infatti, possono concomitare le cause classicamente riconosciute, che comprendono i difetti congeniti ed acquisiti della struttura parietale arteriosa, le alterazioni degenerative, essenzialmente aterosclerotiche ma anche infiammatorie ed infettive, le dissezioni ed i traumi.

Resta ancora proponibile la suddivisione in:

  • Aneurismi congeniti. Tipicamente rappresentati dagli aneurismi endocranici, che dipendono da una debolezza della parete arteriosa presente fin dalla nascita. Ne esistono due varianti embriologiche, date da un tipo “Mesenchimale” (displasia parietale per incorporazioni di angioblasti anomali al momento della differenziazione della media) ed un tipo “Vestigiale” (persistenza di vasi embrionali non completamente riassorbiti ed infiltranti la media). Esempi di alterazioni congenite sicuramente determinanti lo sviluppo di lesioni aneurismatiche sono la sindrome di Marfan e quella di Ehlers-Danlos (IV tipo).
  • Aneurismi degenerativi. I più diffusi tra gli aneurismi degenerativi sono sicuramente quelli aterosclerotici, più rari quelli secondari a medionecrosi e fibrodisplasia.
  • Aneurismi infiammatori.

Esso si presenta quasi sempre in sede aortica sottorenale con parete ispessita e biancastra e fibrosi periparietale fortemente adesa alle strutture vicine (duodeno, vena cava, sigma, ureteri). Istologicamente simile all’aterosclerosi per le lesioni intimali, per gli aspetti macroscopici e le implicazioni cliniche può essere distinta in tre tipi:

  1. Associato a fibrosi retroperitoneale in cui la parete aortica è coinvolta solo marginalmente ed il cui processo infiammatorio coinvolge soprattutto le vie urinarie.
  2. Variante infiammatoria degli aneurismi aterosclerotici.
  3. Aneurisma infiammatorio vero. Alcuni autori attribuisco una patogenesi di origine autoimmunitaria a questa forma infiammatoria di aneurisma, derivata da un riconoscimento dell’aneurisma da parte del sistema immunitario.

In ogni caso la manifestazione clinica è caratterizzata da febbre, aumento della VES, calo ponderale, aumento della creatinemia.

  • Aneurismi luetici. Molto più frequenti in passato, sono causati dalla vasculite secondaria al Treponema Pallidum all’avventizia attraverso i vasa vasorum con una iniziale periaortite ed una successiva mesoaortite destruente delle lamine elastiche.
  • Aneurismi micotici
  • Aneurismi Post-traumatici

Attualmente molti autori[3,4] ritengono che la patologia aneurismatica sia correlata allo sviluppo di alcune alterazioni della parete arteriosa:

  1. Riduzione della quota di collagene ed elastina;
  2. Elevata attività collagenasica ed elastasica;
  3. Enzimi elastolitici di prevalente provenienza leucocitaria.

È anche noto che le metalloproteinasi della matrice e degli attivatori del plasminogeno che degradano la matrice extracellulare contribuiscono alla formazione degli aneurismi[5].

 

Epidemiologia

Oltre all’aumento delle osservazioni cliniche grazie all’ utilizzo delle metodiche ecografiche, l’incidenza di dilatazione aneurismatica è incrementata in conseguenza dell’allungamento dell’aspettativa media di vita della popolazione ed alla concomitante diffusione della malattia aterosclerotica e dell’ipertensione arteriosa.

I principali dati epidemiologici attualmente a nostra disposizione riguardano prevalentemente gli aneurismi dell’aorta addominale, la cui attuale incidenza annuale nella popolazione generale è di 38 casi per

100.000 abitanti, equivalenti ad un tasso di prevalenza del 2% nella popolazione generale, che raggiunge il 5% se si considera la fascia d’età oltre i 65 anni.

Gli studi effettuati sulla predisposizione genetica hanno fatto evidenza che la familiarità varia dal 6% al 19% e, nonostante l’aneurisma dell’aorta addominale sia da 6 a 9 volte più frequente nel sesso maschile, sono le donne ad avere la maggior familiarità.

Il fumo è il fattore di rischio che più frequentemente si può associare agli aneurismi addominali.

Il rapporto tra fumatori e non fumatori è di 8:1.

L’ipertensione arteriosa, la malattia coronaria e l’ipercolesterolemia sono gli altri fattori importanti correlati ad un incremento del rischio per aneurisma di livello addominale.

La rottura dell’aneurisma dell’aorta addominale è sicuramente una complicanza importante e rappresenta la tappa finale della storia naturale dell’aneurisma; attualmente è la quindicesima causa di morte nella popolazione generale, la decima nei pazienti di età superiore a 55 anni.

 

Storia naturale

La storia naturale dell’aneurisma è caratterizzata dalla sua progressiva espansione fino alla rottura. (Figura 2)

Il principale fattore di rischio di rottura è rappresentato dalle dimensioni dell’aneurisma stesso e della sua tendenza alla crescita.

Tutti gli studi concordano sostanzialmente nell’identificare i 5 cm di diametro come il cut-off al di sopra del quale la mortalità spontanea comincia a diventare significativa; pertanto, tali dimensioni rappresentano indicazione al trattamento dell’aneurisma per prevenirne la rottura[5]. Anche lo stress di parete è stato correlato al rischio di rottura ed appare condizionato dalla morfologia dell’aneurisma, dalla presenza di calcificazioni ,che rappresentano altro elemento di debolezza della parete aneurismatica, e dall’ipertensione arteriosa sistemica.

Infine anche l’asimmetria della dilatazione aneurismatica rappresenta un fattore di rischio in quanto indicativa di un punto di maggiore debolezza della parete aneurismatica.

Un’altra possibile complicanza nelle dilatazioni aneurismatiche è rappresentata dai fenomeni tromboembolici, più frequenti negli aneurismi periferici, che possono andare incontro a trombosi con conseguente ischemia dell’arto o rischio di embolizzazioni periferiche.

 

Figura 2 : Rottura della sacca aneurismatica

 

Diagnosi clinica

In generale l’aneurisma diventa sintomatico in corrispondenza alle sue dimensioni. La manifestazione clinica più frequente è data da una sensazione di massa pulsante con dolore localizzato.

Inoltre, più della metà dei pazienti risulta essere asintomatico e la diagnosi è posta in occasione di una visita medica generica o nel corso di indagini strumentali radiologiche, solitamente ecografia, condotte per altre patologie di base.

Si distinguono tre quadri clinici, in relazione alla storia naturale della dilatazione aneurismatica.

Dalla fase asintomatica si può passare allo sviluppo di fissurazioni parietali, con formazione di dissecazioni localizzate ed ematomi intramediali e subavventiziali, fino alla rottura della parete vascolare, che può avvenire verso spazi che permettono un tamponamento, in organi cavi adiacenti o, nell’eventualità più drammatica, verso cavità libere.

La successione clinica delle tre fasi non risulta costante dato che alla fase asintomatica può seguire la rottura improvvisa, che può rappresentare la prima ed unica manifestazione della malattia.

Nella fase asintomatica la diagnosi clinica si basa essenzialmente sulla osservazione e sulla analisi delle caratteristiche di una massa che presenta delle pulsazioni espansive sincrone con il battito cardiaco.

Il reperto classico è costituito da una massa rotondeggiante a superficie liscia, allungata nel senso dell’asse maggiore del vaso.

La sintomatologia clinica in questa prima fase è legata ad un duplice substrato: la parete stessa dell’aneurisma e la compressione delle strutture circostanti.

La sintomatologia legata alla distensione della parete è data in genere da un dolore cupo e modesto e spontaneo con la palpazione in sede; le possibili irradiazioni del dolore seguiranno il decorso dei nervi interessati dalla compressione .

In fase di fissurazione dell’aneurisma ciò che differenzia è la rapida espansione volumetrica dell’aneurisma avvertibile in modo palpabile:

la valutazione del sintomo dolore, sia spontaneo che provocato, e le condizioni generali del paziente dovrebbero indirizzare verso una corretta diagnosi.

In fase di rottura la diagnosi sarà principalmente clinica basandosi sul dolore, tipicamente con comparsa improvvisa, intenso e costante, con tipiche irradiazioni. All’esame obiettivo potranno essere evidenti aree di cianosi ed ematomi sovrastanti o viciniori. La palpazione, dove possibile, aggrava il dolore e nel 50-80% dei casi permette di apprezzare la massa pulsante.

Lo stato di shock variamente presente e di diversa gravità completa il quadro clinico tipico.

 

Diagnosi strumentale

L’approccio diagnostico strumentale al paziente portatore di aneurisma è strettamente legato alla fase clinica della malattia.

La Tomografia Computerizzata (TC) è considerata l’indagine gold standard, in quanto permette di studiare sede ed estensione dell’aneurisma, di misurarne i diametri trasversali e di valutarne i limiti superiori ed inferiori ed i rapporti con le arterie e le strutture circostanti; infine la TC permette di identificare i segni di fissurazione e rottura dell’aneurisma.

La TC è indispensabile ai fini della pianificazione terapeutica, in particolare per indirizzare la scelta verso il tradizionale intervento chirurgico di endoaneurismectomia (OPEN) oppure verso il posizionamento endoluminale di endoprotesi (EVAR).

L’asintomaticità del quadro clinico del paziente amplia le possibilità di Studiare la sede, morfologia e dimensioni dell’aneurisma.

Mentre da un punto di vista diagnostico, l’ecografia è l’indagine di primo livello per lo studio dell’aneurisma, ne conferma l’esistenza e stima le dimensioni.

Grazie alle caratteristiche di questa metodica (esame semplice da eseguire, ripetibile, con costo limitato ma con svantaggio di essere operatore- dipendente), sono stati avviati numerosi studi di screening, che hanno permesso di stimare un tasso di prevalenza globale degli aneurismi dell’aorta addominale del 4% e che, stratificato per sesso, è del 7,6% in quello maschile e dell’1,3% in quello femminile. Poiché i fattori più importanti per lo sviluppo dell’aneurisma sono l’età, il sesso maschile, l’ipertensione ed il fumo, sarebbe opportuno sottoporre ad un'indagine ecografica di screening annuale quel gruppo selezionato di pazienti accomunati dalle suddette caratteristiche epidemiologiche.

In pazienti con controindicazione alla esecuzione della TC (pazienti che presentano insufficienza renale cronica, gammopatia monoclonale, allergia al mezzo di contrasto a base iodato), può essere eseguibile anche la Risonanza Magnetica, la quale però ha dei limiti legati ai lunghi tempi di acquisizione, alla limitata disponibilità di apparecchiature sul territorio e alla impossibilità di valutare presenza ed estensione delle calcificazioni intimali. (Figura 3) Grazie allo sviluppo di apparecchiature TC sofisticate, l’aortografia è indicata oggi unicamente allo scopo di precisare gli aspetti tecnici dell’intervento chirurgico o per approfondire le patologie eventualmente associate del distretto aorto-iliaco e delle arterie renali (arterie renali sovrannumerarie, steno-occlusioni renali). Questo è un esame di complessa esecuzione, altamente invasivo e non privo di rischi e sottostima i diametri dell’aneurisma, in quanto permette di visualizzare solo il lume canalizzato.

 

Figura 3 : TAC aneurisma addominale

 

Aneurisma dell’aorta addominale: manifestazioni e complicanze

Oltre l’80% degli aneurismi aortici o centrali è localizzato a livello dell’aorta addominale sottorenale o delle arterie iliache comuni. Viceversa, le dissezioni aortiche colpiscono prevalentemente l’aorta toracica.

Gli aneurismi dell’aorta sottorenale sono quasi sempre di origine aterosclerotica (più del 90%).

Essi sono identificati dalla presenza di una massa palpabile e pulsatile, generalmente non dolente né dolorabile, in genere spostata a sinistra della linea mediana, fissa in senso verticale e lievemente mobile trasversalmente, di consistenza duro-elastica.

La palpazione del polo superiore della massa può essere ottenuta insinuando le dita tra la massa stessa e l’arcata costale (manovra di de Bakey). Se la manovra riesce, con grande probabilità l'aneurisma è sottorenale.

Talora può essere presente un soffio sistolico paraombelicale determinato dalle turbolenze secondarie alla trombosi endoaneurismatica. Inoltre piccoli aneurismi non sempre sono apprezzabili alla palpazione. L’obesità del paziente e la contrattura della parete addominale impediscono spesso la percezione di aneurismi anche di notevoli dimensioni.

La diagnosi strumentale di aneurisma dell’aorta addominale è affidata all’ecografia ed alla TC.

In assenza di complicanze che richiedono un intervento chirurgico immediato, è indispensabile, ai fini di una corretta programmazione dell’intervento, definire le caratteristiche anatomiche dell’aneurisma, secondo la seguente classificazione[6] :

  • Tipo I (11,2%): aneurismi con colletto infrarenale di circa 15mm (a partire dall’emergenza dell’arteria renale più caudale), privo di trombi, e con colletto distale di circa 10mm (distanza dal carrefour aortico),
  • Tipo II (72,3%): aneurismi con colletto prossimale di sufficiente lunghezza (almeno 15mm), con interessamento delle arterie iliache:
  • IIA (26%): l’aneurisma si estende al di sotto della biforcazione aortica senza interessare le iliache comuni;
  • IIB (14,5%): si ha parziale interessamento delle iliache comuni;
  • IIC (31,8%): la dilatazione delle iliache si estende fino al di sotto della biforcazione.
  • Tipo III (16,5%): aneurismi senza colletto prossimale, indipendentemente dall’estensione distale.

Gli aneurismi attualmente suscettibili di trattamento con endoprotesi sono quelli appartenenti alle classi I , IIA , IIB (51,7% di tutti gli aneurismi), sebbene siano da considerare altri fattori nella scelta del tipo di intervento, ad esempio la presenza di stenosi a livello di arterie collaterali quali le renali, lombari, mesenteriche. (Figura 4)

Talora la diagnosi di dilatazione aneurismatica aortica è fatta tardivamente, in presenza di rottura.

Le direzioni di rottura, in ordine di frequenza, sono:

la rottura posteriore verso la colonna vertebrale e lo spazio retroperitoneale, la rottura anteriore verso il peritoneo libero, oppure la rottura verso i segmenti venosi (fistole aorto-cavali) o negli organi cavi (duodeno,vie urinarie). Quando si determina una rottura posteriore con erosione dei corpi vertebrali, il dolore tende ad aumentare e a farsi continuo simulando una grave lombosciatalgia. Spesso la rottura nel retroperitoneo può essere la prima manifestazione dell’aneurisma dell’aorta addominale.

Meno frequente è la rottura anteriore, in cui il sangue si fa strada verso il peritoneo e ne consegue un emoperitoneo con stato di shock drammatico.

Figura 4: Classificazione degli aneurismi

 

Aneurisma dell’aorta addominale: trattamento

Il trattamento tradizionale dell’aneurisma dell’aorta addominale è rappresentato dall’approccio chirurgico laparotomico di endoaneurismectomia, ovvero il trattamento OPEN che consiste nell’aprire la sacca aneurismatica, asportandone il contenuto costituito da coaguli e nel ricostruire la continuità vascolare mediante un innesto protesico di calibro e morfologia adeguati, generalmente in Dacron.

I rami emergenti dalla sacca, come le arterie lombari e l’arteria mesenterica inferiore, vengono suturati dall’interno. Tale intervento presenta un tasso di mortalità perioperatorio variabile del 5-10%, più elevata in pazienti sopra gli 80 anni, con alto rischio operatorio e/o con patologia steno-occlusiva associata dei rami viscerali, soprattutto delle arterie renali. Quest’ultima necessita talora di un trattamento di angioplastica pre-intervento, che sembra ridurre la morbilità e la mortalità perioperatoria.

Con l’evoluzione delle tecniche chirurgiche e dei materiali ha consentito negli ultimi anni di eseguire un intervento analogo chirurgico con accesso laparoscopico, riducendo notevolmente i rischi peri-operatori[7].

Dal 1991 è stato introdotto il trattamento endovascolare dell’aneurisma dell’aorta addominale, mediante approccio transfemorale, con posizionamento di un’endoprotesi (EVAR)[8].

Tale trattamento è stato inizialmente indicato solo a pazienti con elevato rischio anestesiologico, sebbene attualmente, con l’acquisizione di maggior esperienza e con lo sviluppo di materiali più adeguati, le indicazioni al trattamento endovascolare siano più ampie, talora lasciando allo stesso paziente, quando la situazione anatomica sia adeguata, la facoltà di decidere la modalità terapeutica che preferisce. Tuttavia è consuetudine di molti centri di chirurgia vascolare spingere molto le indicazioni al trattamento ENDO rispetto all’OPEN. (Figura 5)

 

Figura 5 : Trattamento endovascolare (EVAR)

 

Trattamento endovascolare

Endoprotesi aortica: evoluzione e caratteristiche

L’ipotesi di trattare gli aneurismi dell’aorta addominale mediante trattamento endovascolare fu per la prima volta introdotta da Parodi e collaboratori con esperimenti su modelli animali[9] . Fu lui stesso a condurre nel 1990 il primo esperimento su un essere umano con aneurisma dell’aorta addominale[10] utilizzando un dispositivo costituito da uno stent espandible meccanicamente tipo Palmaz, di grandi dimensioni, suturato ad un graft tubulare in Dacron. Successivamente, Murphy e collaboratori[11] dimostrarono che tale materiale induceva una risposta infiammatoria locale che poteva danneggiare la protesi ed occluderla.

In questo primo intervento di posizionamento di endoprotesi retta non venne riconosciuta la necessità di estendere il dispositivo oltre il colletto distale ed alcuni pazienti presentarono un endoleak distale ai controlli successivi, che richiese un ulteriore trattamento.

Nonostante un elevato successo tecnico immediato, i risultati a distanza risultarono deludenti, dimostrando i limiti sia morfologici che strutturali della protesi.

Il passo successivo fu rappresentato dall’introduzione di endoprotesi biforcate, che, ancorandosi alle arterie iliache comuni, permettevano di trattare aneurismi estesi sino al carrefour aortico[12].

Successivamente vennero quindi sviluppate ulteriori endoprotesi biforcate costituite prevalentemente da uno scheletro in nitinolo (lega di titanio e nichel, che, modellata con una certa forma alla temperatura di 500 gradi e riplasmata diversamente a 0 gradi, assume nuovamente la forma primitiva se portata a 30-60 gradi), ricoperto da una maglia di dacron sottile, con piccoli uncini esterni nel tratto prossimale, per consentire alla protesi di ancorarsi alle pareti vascolari [13].

Le protesi erano armate in appositi introduttori e, una volta liberate dal dispositivo, a contatto con la temperatura del sangue, si espandevano rapidamente.

In seguito, a partire dal 1994, l’industria ha messo a disposizione dispositivi modulari con misure standardizzate, che consentivano una più rapida reperibilità dell’endoprotesi, tra cui il sistema AneuRx.

Nel 1999, le prime endoprotesi, quali EVT (oggi nota come Ancure) e AneuRx furono ufficialmente riconosciute dal Food and Drug Administration (FDA), divenendo commercialmente disponibili negli U.S.A.

Dal 1995, sono stati riportati una serie di casi di rottura e migrazione della Protesi con rottura della sacca aneurismatica dopo posizionamento dell’endograft.

Tali complicanze hanno portato alla necessità di una ricerca più dettagliata per implementare i materiali utilizzati.

Numerosi sono i modelli di endoprotesi attualmente presenti sul mercato, che vengono distinti in base a diversi fattori [14]:

Morfologia:

  1. Protesi rette: oggi sono poco utilizzate in quanto è infrequente che l'aneurisma si estenda esclusivamente a livello dell'aorta addominale, lasciando un colletto distale sufficientemente lungo da consentire l'ancoraggio della protesi in sede precarrefour;
  2. Protesi coniche / Aorto-uniliache: sono costituite da una componente aortica e da una sola branca iliaca;
  3. Protesi biforcate: modulari (Talent,AneuRx,ecc), costituite da più elementi, ed unitarie (Chuter, Ancure, White-YU, ecc), formate da un unico elemento biforcato;

Elementi strutturali:

  1. Scheletro metallico: acciaio, nitinolo, tantalio, elgiloy;
  2. Tessuto di rivestimento: dacron, politetrafluoroetilene (PTFE), poliestere (LPS), poliuretano;

Altra distinzione:

  • Modalità di rilascio: autoespandibile, espandibile meccanicamente (la cui espansione è completata da un palloncino), a memoria termica (nitinolo);
  • Modalità di assemblaggio dei singoli componenti;
  • Interamente o parzialmente ricoperte;
  • Impalcatura metallica esterna o interna;
  • Con o senza dispositivo di ancoraggio (uncini);
  • Protesi standard o fatte su misura (“custom-made”);
  • Ancoraggio: sopra-renale o sottorenale. (Figura 6)

 

Figura 6 :Protesi

 

Progettazione

Le protesi attualmente vengono progettate secondo due linee di principio: protesi “non modulari” e protesi “modulari”.

  • Le protesi “non modulari” sono costituite da un unico segmento completamente assemblato ed utilizzano un sistema di rilascio di piccolo calibro che può veicolare una protesi convenzionale, aorto-uniliaca o biforcata.

In questo tipo di protesi, il vantaggio è dato dal ridotto rischio di distacco delle singole componenti.

Lo svantaggio è rappresentato dalle limitate misure disponibili sul mercato, per cui è spesso necessario ottenere protesi su misura.

Inoltre, il posizionamento può risultare complesso in caso di angolazione e tortuosità del vaso, per la scarsa maneggevolezza del sistema di rilascio.

Esempi di questo tipo di protesi sono:

  1. Ancure (Guidant), protesi in dacron con uncini di ancoraggio prossimale;
  2. Endologix (Endologix), protesi in PTFE;
  • Le protesi “modulari” sono le più diffuse e si assemblano all’interno del vaso, durante il rilascio nel lume aortico, consentendo di unire più segmenti di misure diverse, quindi di trattare un maggior range di aneurismi.

Il vantaggio delle protesi modulari è rappresentato dalla loro maggiore versatilità legata alla possibilità di utilizzare segmenti di differenti misure, sia per lunghezza che per diametro, adattandosi alle differenti situazioni anatomiche; tuttavia, hanno lo svantaggio di essere più facilmente causa di endoleak, dovuti al distacco dei singoli componenti o al danneggiamento dei punti di connessione tra i componenti.

Inoltre si raccomanda di utilizzare il minor numero di componenti possibile. Esempi di questo tipo di protesi :

A) Ancoraggio sottorenale

  1. AneuRx (Medtronic);
  2. Excluder (WL Gore and Associates), una protesi in PTFE rinforzata all’esterno da un supporto in nitinolo, che ne determina un’elevata flessibilità tale da permettere di avanzare il device attraverso vasi iliaci tortuosi;
  3. Lifepath (Edwards), l’unica protesi espandibile meccanicamente attualmente in commercio. Grazie alla sua elevata forza radiale, alla precisione del sistema di rilascio ed alla presenza di uncini di ancoraggio di dimensioni superiori rispetto alle altre, questa protesi dovrebbe diminuire l’incidenza di endoleak tipo I prossimali e di migrazione della protesi anche in caso di colletti angolati, conici o stenotici [15].

Le protesi "modulari" sono formate da segmenti supportati completamente da stent.

L’ancoraggio infrarenale della protesi è assicurato da uncini.

B) Ancoraggio soprarenale

Le protesi di ultima generazione utilizzano un sistema di ancoraggio soprarenale che consiste in una porzione non ricoperta (con o senza uncini di ancoraggio) posizionata sopra l’emergenza delle arterie renali.

Esempi di questo tipo di protesi sono:

  1. Talent (Medtronic), una protesi custom-made, ossia prodotta “su misura”, in base alle caratteristiche anatomiche del paziente; il sistema di rilascio è di grosso calibro, per cui necessita di un doppio accesso vascolare chirurgico;
  2. Zenith (Cook), coperta esternamente in dacron, premontata, è formata da tre componenti: una branca principale, con diametri variabili da 22 a 32 distale di 11 mm (per protesi da 22 mm di diametro) e da 12 mm (per tutti gli altri diametri); la branca iliaca ipsilaterale e la branca iliaca controlaterale, con diametro prossimale da 12 mm e diametro distale che varia da 8 a 24 mm premontata su introduttori da 14, 16 o 18 F a seconda dei casi, le lunghezze di entrambe variabili a seconda del diametro.

 

Configurazione

Le caratteristiche costruttive più comuni della protesi sono: A) Supporto fornito dallo stent.

  1. Endoprotesi completamente supportate da stents: è dimostrato che hanno maggior forza longitudinale, resistendo all’eventuale accorciamento dell’aneurisma, che può avvenire dopo il trattamento. Tuttavia, possono essere meno flessibili e possono migrare prossimalmente alle arterie renali in caso di accorciamento dell’aneurisma.
  2. Endoprotesi non completamente supportate da stents: generalmente più flessibili, hanno minor forza colonnare, pertanto in caso di disancoraggio prossimale la migrazione è importante; tuttavia, avrebbero maggior capacità di adattamento alle modificazioni anatomiche dell’aneurisma.

B) Stent esterno o interno alla protesi

Lo stent esterno alla protesi avrebbe il vantaggio sia di fissare l’endoprotesi alla parete aortica, anche sfruttando la frizione meccanica e la reazione intimale, sia di evitare il contatto col flusso del sangue con conseguenti rotture meccaniche dello stent, delle suture, del graft per frizione con lo stent stesso.

C) Fissaggio dello stent alla protesi.

Lo stent può essere fissato alla protesi con suture singole, suture complete, adesivi.

I punti di sutura staccati e singoli che fissano gli stent alla protesi sono potenziali sedi di microlacerazioni; le suture complete e l’uso di adesivi di varia natura riducono questo rischio.

D) Endoprotesi dotate o meno di ganci.

Non vi sono dimostrazioni certe né studi randomizzati che dimostrino migliori risultati dell’ancoraggio prossimale mediante uncini rispetto ai risultati ottenuti con protesi senza uncini.

Tuttavia si può affermare che, in presenza di colletti con calcificazioni o trombosi, gli uncini non hanno prevenuto il distacco della endoprotesi, poiché non sembrano in grado di ancorarsi all’intima.

Si può ipotizzare che in colletti corti e angolati gli uncini soprarenali possono essere di aiuto nel meccanismo di ancoraggio

E) Stents autoespandibili o espandibili con palloncino.

Non sono disponibili fonti che consentano di identificare il miglior sistema di espansione della protesi in termini di complicanze immediate o risultati a distanza. Tuttavia è possibile ipotizzare che i palloni debbano essere usati il meno possibile e per tempi molto brevi per evitare danni sulla parete aortica (con conseguente eventuale dilatazione dei colletti) e per limitare i danni legati all’interruzione del flusso ematico durante la dilatazione.

F) Materiale costituente il graft.

Allo stato attuale sono utilizzati il Dacron ed il PTFE, entrambi di spessore molto ridotto se confrontati con quelli usati in chirurgia tradizionale. Non vi è alcuna dimostrazione di miglior risultato con l’uso dell’uno o dell’altro; ciò nonostante, si ipotizza la necessità di una protesi a porosità zero, per limitare il passaggio di flusso ematico, soprattutto nelle prime settimane, che predisporrebbe agli endoleak tipo 2.

Inoltre si ipotizza che la porosità sia una possibile causa del fenomeno della endotensione, pur non essendovi alcuna evidenza in proposito.

G) Stent con colletto prossimale non ricoperto per ancoraggio soprarenale.

 

2.4 Imaging pre-procedurale

L’esperienza avuta nel tempo ha dimostrato che i risultati immediati e a distanza del trattamento endovascolare sono fortemente influenzati dalla accurata selezione dell’endoprotesi in rapporto alle caratteristiche anatomiche dell’aorta e degli assi iliaci. È inoltre di fondamentale importanza un’attenta pianificazione terapeutica mediante metodiche di imaging che forniscano dati accurati riguardanti la morfologia dell’asse vascolare per ogni singolo paziente.

È necessario ottenere le esatte dimensioni in termini di lunghezza e diametro dell’aorta addominale e degli assi iliaci ai vari livelli, per selezionare le dimensioni dell’endoprotesi e per identificare eventuali controindicazioni al trattamento endovascolare.

Le caratteristiche morfologiche di ‘fattibilità’ dell’‘E.V.A.R.’ sono state:

  • colletto prossimale dell’aneurisma (lunghezza > 10 mm e calibro < 32 mm;
  • differenza in calibro nei primi 10 mm del colletto <10%);
  • presenza di angolazione dell’aorta <80°
  • trombosi parietale al colletto <20%
  • valutazione della estensione distale della dilatazione sulle iliache e presenza di colletto
  • calcificazioni diffuse con eccessive tortuosità o stenosi delle arterie iliache o femorali

Le indagini utilizzate in fase preprocedurale sono le seguenti:

  • Eco-color-Doppler

Non è utile per misurare esattamente diametri e lunghezze, ma può essere utilizzato per una prima valutazione della sacca aneurismatica.

  • Angio-TC

È l’esame di prima scelta nella valutazione preoprocedurale degli assi vascolari. Permette infatti di ottenere immagini ad alta risoluzione, in breve tempo e con un unico bolo di mezzo di contrasto, che possono successivamente essere rielaborate[16].

La rielaborazione delle immagini è eseguita con software dedicati, è intesa a ottenere immagini bi- e tri-dimensionali, per una visione panoramica e completa degli assi vascolari e per una esatta definizione delle misure sopra citate.

I diametri vengono calcolati mediante ricostruzioni multiplanari, ottenendo il piano “assiale vero” [14] (perpendicolare al lume vascolare), mentre le lunghezze vengono calcolate mediante le ricostruzioni planari curve, particolarmente utili in presenza di assi tortuosi.

Ricostruzioni tridimensionali, quali il rendering volumetrico e le MIP (maximum intensity projection), consentono la valutazione di pervietà e decorso dell’aorta, dei vasi splancnici e degli assi iliaco-femorali, con la possibilità di ottenere immagini lungo tutti i piani dello spazio.

  • Angio-Risonanza Magnetica (RM)

L’Angio-RM, con somministrazione di mezzo di contrasto endovena consente di ottenere immagini simil-angiografiche multiplanari e tridimensionali dell’intera aorta e delle arterie iliache, in tempi di scansione brevi ,da 20 secondi a 3 minuti, con informazioni analoghe a quanto detto per la TC spirale[15].

Tuttavia, quest’ultima è attualmente l’indagine di prima scelta perché presenta alcuni vantaggi.

Essa consente un’esatta definizione delle calcificazioni intimali e della trombosi parietale, mal visualizzabili mediante RM. Le apparecchiature TC sono maggiormente disponibili sul territorio.

Infine, la TC è maggiormente tollerata dal paziente, sia per un ridotto senso di claustrofobia (legato alla struttura stessa dell’apparecchiatura) sia perchè è di durata inferiore rispetto alla RM.

La RM però, presenta vantaggi in termini di radioprotezionismo e per l’utilizzo di mezzo di contrasto scarsamente allergizzante e non nefrotossico, particolarmente utile in pazienti con insufficienza renale.

  • Angiografia Digitale a Sottrazione (DSA)

Viene oggi eseguita in fase preprocedurale solo in casi selezionati, in particolare quando è necessario eseguire alcune procedure interventistiche percutanee prima del posizionamento della protesi.

Altra indicazione è rappresentata dalla necessità di stenting delle arterie renali in pazienti con stenosi significative delle arterie renali (da trattare prima del posizionamento di endoprotesi).

La DSA a puro scopo diagnostico con catetere centimetrato può essere utile in presenza di assi iliaci particolarmente tortuosi, per valutare la lunghezza degli assi iliaci e la possibilità di inserimento dell’introduttore al momento del posizionamento della protesi.

Tale procedura potrebbe infatti ridurre l’incidenza di endoleak di tipo II dopo il trattamento[16], sebbene i dati della letteratura siano ad oggi discordanti.

  • Ecografia Endovascolare (IVUS)

È un'indagine di recente introduzione. Attualmente è in fase di studio la sua possibile applicazione in fase preoperatoria. È talora impiegata durante l'intervento per osservare direttamente il posizionamento ed il rilascio dell'endoprotesi [17].

 

Criteri di inclusione al trattamento

Un’attenta valutazione medica pre-operatoria permette di identificare il paziente ad alto rischio chirurgico e di ridurre mortalità e morbilità a breve e lungo termine.

Valutazione preoperatoria deve tener conto di:

  • malattia coronarica
  • funzionalità renale
  • pressione arteriosa ed altri fattori di rischio
  • alterazioni metaboliche

si identificano ad alto rischio chirurgico i pazienti con le seguenti caratteristiche:

  • età > di 70aa;
  • malattie cardiovascolari e scompenso cardiaco con aritmie ventricolari
  • diabete mellito;
  • alterazioni della prove di funzionalità respiratoria e degli indici di funzionalità renale;

 

Scelta dell’endoprotesi e procedura

L'intervento può essere eseguito in anestesia generale o, più recentemente e sempre più frequentemente, in anestesia epidurale e talora locale, in sala operatoria, o, se disponibile, in una sala angiografica convertibile, rispettando tutti i criteri di sterilità validi per gli interventi chirurgici.

Si utilizza l'accesso femorale chirurgico, monolaterale o bilaterale, e, talora, l'accesso brachiale o ascellare percutaneo.

Per inserire il corpo protesico principale viene utilizzata la via di accesso più favorevole, per cui si valutano gli assi iliaci optando per quello meno tortuoso e complicato.

In presenza di tortuosità degli assi iliaci è possibile rettilineizzare gli stessi usando una guida rigida o ponendo in trazione una guida che dall’accesso transascellare viene portata sino all’accesso transfemorale. Durante il posizionamento della protesi è indispensabile avere dei punti di riferimento, rappresentati dall’origine delle arterie renali e delle ipogastriche. Viene inooltre eseguita, prima del posizionamento dell’endoprotesi, un’aortografia.

Durante il rilascio della protesi è sempre meglio ridurre la pressione arteriosa sistemica per facilitare il corretto rilascio evitando dislocazioni protesiche. La modalità di rilascio dell’endoprotesi dipende dal tipo di dispositivo utilizzato. Nel caso di protesi modulari, si procede dapprima al rilascio della componente aortica principale, facendo attenzione al

 

 

posizionamento del colletto prossimale rispetto all’ostio delle arterie renali. Successivamente, si procede al rilascio delle branche iliache, facendo in questo caso attenzione all’origine delle arterie ipogastriche e nello stesso tempo al corretto ingranaggio con il corpo protesico principale.

A seconda del tipo di protesi, sarà in seguito necessario eseguire multiple dilatazioni con cateteri a palloncino di misure adeguate per rimodellare la protesi, in particolare nei punti di ancoraggio.

Al termine della procedura si effettua un controllo angiografico per valutare il corretto posizionamento di tutta la protesi, la completa esclusione dell’aneurisma e la presenza di eventuali endoleak.

Le endoprotesi addominali a disposizione sono: (Figura 7)

 

 

-Zenith (Cook Inc.),

 

 

-Talent,

 

 

-AneuRx,

 

 

-Endurant (Medtronic Vascular)

 

 

-Excluder

 

 

-Excluder C3 (Gore & Associates)

 

 

-Powerlink (Endologix)

 

 

-Ovation (Trivascular) .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 7: Tipologie di endoprotesi utilizzate

 

 

2.7. Complicanze

 

 

Le complicanze legate al trattamento endoprotesico possono essere immediate o a distanza e possono essere correlate a fattori direttamente inerenti la protesi oppure ad errori dell’operatore o a fattori correlabili all’anatomia del paziente.

Le numerose esperienze sinora pubblicate riportano percentuali di successo tecnico immediato superiori al 90-95%, con mortalità perioperatoria del 1-

2,5% ed una bassa morbilità, dati assai confortanti per lo meno nel follow up a breve termine [18].

Tra le complicanze immediate sono stati riportati casi di dissecazione od ostruzione vascolare, tromboembolia periferica, ematomi e pseudoaneurismi nella sede di puntura, ed infine casi di rottura dei vasi in particolare a livello delle iliache esterne o comuni. La crescente esperienza degli operatori rappresenta un fattore essenziale per ridurre i casi di complicanze immediate. I più recenti dati di letteratura hanno evidenziato

che, rispetto al trattamento chirurgico convenzionale (OPEN), il trattamento endovascolare (EVAR), sembra essere associato a minor incidenza di complicanze immediate con minor ricorso alla rianimazione post-operatoria ed a trasfusioni ematiche, tempi di degenza inferiori, ed una più rapida riabilitazione, con ripresa delle normali attività [19,20].

A fronte di questi risultati, i dati disponibili a medio-lungo termine hanno dimostrato come il problema “endoprotesi” sia ancora altamente

 

 

controverso, data l’incidenza relativamente elevata di complicanze durante il follow-up, anche a distanza di 10 anni dal trattamento, che richiedono un continuo monitoraggio clinico e strumentale dei pazienti trattati, nonché un frequente ricorso a trattamenti percutanei aggiuntivi, con un corrispondente incremento dei costi connessi alla procedura [21].

In particolare, la principale complicanza dopo trattamento percutaneo endoluminale è rappresentato dal cosiddetto “endoleak”, definito dalla presenza di flusso ematico al di fuori della protesi ma all’interno dell’aneurisma [22].

L’incidenza riferita di endoleak è di circa il 20%, con prevalenza di endoleak legati alla riperfusione di rami collaterali aortici [23].

La classificazione degli endoleak sulla base dell’origine eziopatogenetica è stata modificata nel corso degli anni in merito della crescente esperienza. Attualmente si distinguono 5 tipi di endoleak in funzione del meccanismo patogenetico [24,25]:

- Endoleak di tipo I

 

 

Da difetto di ancoraggio prossimale o distale della protesi aortica, inclusi i casi di migrazione distale della protesi (significativa se >5 mm). Il difetto di ancoraggio può avvenire in seguito, ad esempio, ad una sovrastima del

diametro del colletto con una scelta inadeguata della protesi che va incontro a ripiegamento. Questo tipo di endoleak è spesso ad alto rischio di rottura della sacca e richiede un immediato trattamento, mediante posizionamento

 

 

di cuffie aggiuntive o angioplastica a livello dei colletti, per migliorare l’aderenza della protesi alla pareti aortiche.

- Endoleak di tipo II

 

 

Da riperfusione della sacca aneurismatica attraverso rami collaterali aortici (più frequentemente l’arteria mesenterica inferiore e le arterie lombari). Rappresenta il tipo più frequente di endoleak [26].

Molti autori ritengono che questo tipo di endoleak debba essere trattato solo in presenza di una dimostrata crescita della sacca aneurismatica. Infatti, dal 30% al 100% degli endoleak di tipo II va incontro a risoluzione spontanea nell’arco di pochi mesi, senza effetti negativi sulle dimensioni della sacca aneurismatica [27], sebbene esista una certa percentuale di casi

di endoleak persistenti che si associano ad aumentato rischio di incremento e rottura della sacca aneurismatica [28].

Alcuni studi recenti hanno dimostrato che determinate caratteristiche emodinamiche degli endoleak sembrano essere in relazione con il rischio di crescita della sacca aneurismatica e possono pertanto essere utilizzate come fattori utili per identificare quegli endoleak tipo II che necessitano di trattamento [29,30].

Il trattamento degli endoleak di tipo II consiste generalmente nell’occlusione dei rami che riforniscono l’endoleak, mediante embolizzazione intravascolare percutanea o legatura chirurgica per via laparoscopica [31]. Tali trattamenti presentano un’elevata percentuale di

 

 

successo , sotto guida TC [32].

 

 

- Endoleak di tipo III

 

 

Causato da disconnessioni o difetti strutturali dell’endoprotesi. La disconnessione delle componenti protesiche può essere causata dal rimaneggiamento della sacca dopo l’esclusione dell’aneurisma, che crea nuove forze che vengono applicate sulla protesi, specialmente in quelle più rigide, causando la separazione tra i componenti. Sono stati descritti casi di rottura della protesi (a livello degli uncini, delle suture o delle maglie dello stent), in particolare con i modelli di protesi di prima generazione, mentre con le protesi più recenti questo problema sembra essere meno frequente. Come per gli endoleak di tipo I il rischio di pressurizzazione della sacca aneurismatica è elevato, per cui gli endoleak di tipo III devono essere trattati immediatamente mediante posizionamento di cuffie aggiuntive.

- Endoleak di tipo IV

 

 

Da permeabilizzazione del tessuto protesico; generalmente intercorre entro

 

 

30 giorni dal posizionamento e non richiede trattamento risolvendosi spontaneamente mediante impermeabilizzazione spontanea del graft.

- Endoleak di tipo V

 

 

Dovuto a continuo accrescimento dimensionale della sacca aneurismatica in assenza di endoleak visualizzabile con le comuni metodiche di diagnostica; quest’ultimo tipo è stato anche denominato “endotensione”[33].

Alcuni autori hanno riportato infatti casi di supposta endotensione in cui la

 

 

ecocontrastografia aveva difatto evidenziato la presenza di un endoleak non visualizzabile con le comuni metodiche diagnostiche [34,35].

Gli endoleak vengono classificati anche in rapporto al periodo di insorgenza in:

- PRIMARI: si manifestano durante il posizionamento dell’endoprotesi o entro i primi 30 giorni;

- SECONDARI: si presentano dopo 30 giorni dall'intervento.

 

 

Un’altra possibile modalità di classificazione, poco utilizzata, si basa sulle dimensioni dell’endoleak, calcolate all’indagine TC :

- piccolo: <25 % della circonferenza dell'aneurisma;

 

 

- medio: tra il 25 e 50 % della circonferenza dell'aneurisma;

 

 

- grande: > 50 % della circonferenza dell'aneurisma.

 

 

Altre possibile complicanze dopo posizionamento di endoleak possono essere correlate alla migrazione, rottura o distacco della protesi nonché alla stenosi o occlusione della stessa, quest’ultima più frequente nei primi 3 mesi dal trattamento e generalmente legata ad una stenosi pre-esistente. L’endoleak è stato definito dalla presenza di flusso (all’indagine ECD) o mezzo di contrasto iodato (all’indagine TC) all’interno della sacca aneurismatica ed all’esterno del lume protesico, utilizzando la classificazione universalmente riconosciuta che tiene conto dell’origine del leak [36,37,38]. (Figura 8)

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 8: Tipologie di Endoleak

 

 

2.8 Follow-up postoperatorio

 

 

Lo scopo del follow-up è di verificare nel tempo:

 

 

- Esclusione della sacca dal flusso (assenza di endoleak);

 

 

- Posizione dell’endoprotesi;

 

 

- Integrità delle componenti della protesi;

 

 

- Pervietà dell’endoprotesi;

 

 

- Variazioni di diametro, volume e forma dell’aorta;

 

 

- Pervietà dei vasi renali ed iliaci.

 

 

Attualmente gli esami utilizzati nel follow-up sono[39] :

 

 

- Radiografia diretta dell'addome in due proiezioni ortogonali, che permette di valutare nel tempo l’integrità strutturale dell’endoprotesi, la sua

eventuale deformazione, la posizione rispetto ai reperi ossei, la normale articolazione delle componenti modulari;

- Eco-color Doppler, che permette di valutare la pervietà della endoprotesi, le variazioni anatomiche dell’aneurisma e la presenza di endoleak. L’utilizzo del mezzo di contrasto ecografico sembra incrementare la sensibilità dell’ecografia nell’identificazione di endoleak, con

risultati migliori rispetto alla TC[40,41];

 

 

- AngioTC, esame di prima scelta, che permette di valutare integrità e pervietà dell’endoprotesi, pervietà dei vasi renali ed iliaci, variazioni dimensionali della sacca aneurismatica e presenza di endoleak. A tale scopo, la TC va eseguita in doppia scansione, in fase arteriosa ed in fase

 

 

venosa o tardiva, per identificare anche endoleak piccoli ed a basso flusso[42];

 

 

- AngioRM, che può fornire informazioni analoghe a quelle della TC.

 

 

La RM sembra inoltre essere in grado di identificare la presenza di endoleak con una più elevata sensibilità rispetto alla TC[43,44] , soprattutto con l’introduzione di mezzi di contrasto blood-pool[45] e di sequenze

ultraveloci, con studi dinamici simili a quelli angiografici[46,47]. L’AngioRM non è tuttavia eseguibile in pazienti portatori di endoprotesi con stent in acciaio o leghe magnetizzabili.

- Angiografia digitale a sottrazione, riservata esclusivamente alla conferma di endoleak o di altre complicanze.

L’incidenza relativamente elevata di complicanze a medio e lungo termine determina la necessità di eseguire uno stretto follow-up strumentale, ogni

6-12 mesi (ogni 3 mesi nel corso del primo anno) per tutta la vita del paziente.

Sono stati proposti numerosi protocolli di follow-up.

 

 

L’‘EUROSTAR’ ha proposto come protocollo di follow-up l’esecuzione di

 

 

Angio-TC a 1-3-6-12-18-24 mesi dopo ‘E.V.A.R.’ e poi 1 volta l’anno[48,49].

 

 

2.9 Risultati degli aneurismi endovascolari (EVAR) rispetto all’intervento chirurgico tradizionale

 

Nel tentativo di definire i reali vantaggi del trattamento endovascolare e le sue indicazioni, sono stati condotti recentemente due trial controllati randomizzati che ponevano a paragone il trattamento endovascolare con il trattamento chirurgico tradizionale (EVAR trial 1) [50,51]   con il

non trattamento in pazienti che non potevano essere sottoposti ad intervento chirurgico tradizionale (EVAR trial 2)[52].

Nel EVAR trial 1[53,54] sono stati arruolati 1082 pazienti trattati con EVAR (n=543) o con l’intervento chirurgico (n=539). I risultati del trial hanno dimostrato che il trattamento endovascolare si associa ad una significativa riduzione della mortalità perioperatoria (1,7% verso 4,7%, P=.009)[55]. Tuttavia, nel medio termine (4 anni di follow-up), il

trattamento endovascolare non sembra fornire alcun significativo vantaggio in termini di mortalità (circa il 28%) e di qualità di vita, sebbene sia stata riportata una significativa riduzione della mortalità e morbilità correlata alla dilatazione aneurismatica[56]. Mentre, i risultati pubblicati ad oggi, dimostrano un significativo incremento delle complicanze post-procedurali nel medio-lungo termine, che sono state osservate nel 41% dei pazienti

dopo EVAR rispetto al 9% dei pazienti trattati chirurgicamente (P<.0001)[57].

 

 

Tali complicanze possono avvenire in qualunque momento del

 

 

follow-up, anche a distanza di 10 anni, quindi diventa indispensabile un

 

 

continuo monitoraggio strumentale della protesi, nonché nuovi trattamenti per eventuali complicanze. Ciò comporta un notevole incremento dei costi[58,59]. Diventa pertanto oggi fondamentale analizzare tutte le

possibili variazioni utili per poter ridurre i costi complessivi del trattamento endovascolare, considerandone i vantaggi in termini di riduzione della mortalità sia perioperatoria sia correlata alla rottura dell’aneurisma. Nell’EVAR trial 2[60] sono stati reclutati 338 pazienti, non idonei per intervento chirurgico, che sono stati randomizzati per il trattamento endovascolare (n=166) e per il non-trattamento (n=172). In questa

categoria di pazienti la mortalità perioperatoria ed in corso di follow-up dopo EVAR è decisamente superiore (circa il 9% ed il 64%) rispetto ai pazienti candidabili all’intervento chirurgico e non si dimostra alcun vantaggio rispetto ai pazienti non trattati, con un costo ospedaliero superiore. I risultati di questo trial sono ad oggi controversi anche per i problemi etici che si pongono nel decidere di attendere al trattamento di un aneurisma. Tali problemi vengono riflettuti dal trial stesso, in cui circa

un terzo dei pazienti assegnati al non-intervento sono stati di fatto trattati o con intervento chirurgico tradizionale o con la stessa endoprotesi.

A distanza di una decade dall’introduzione del trattamento endovascolare, i risultati di questi studi non devono rappresentare un definitivo punto di arrivo ma piuttosto la partenza con la quale identificare i punti deboli del trattamento endovascolare ed implementarne metodiche e materiali.

 

 

 

 

 

 

 

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